sergio Rubini

sergio RubiniIl cinema resta la passione più grande del noto regista pugliese, il teatro la formazione. Prossimo all’uscita di due film, uno da regista, uno da attore con Veronesi, all’Italia in campagna elettorale dice:”Andiamo a votare. E’ l’unica alternativa alla guerra civile…”

di Marco Montini

Look casual, andante sul trasandato. Capello spettinato e avvolgente, maglione scuro, jeans che dire classici è poco, e scarpa scura. È un Sergio Rubini, appena alzatosi dal letto ma grandemente affascinante, quello che si affaccia alla buon’ora di domenica a Genzano di Roma. Una presenza speciale la sua, che illumina di prestigio la neonata accademia castellana Rossellini, la cui dirigenza ha aperto le porte per un weekend tutto recitazione, improvvisazione e regia. Con un professore più unico che raro: quel Sergio Rubini appunto attore, regista e teatrante tra i più affermati e professionali del nostro paese. Tra una lezione, un provino e un pausa caffè Le Città ha scambiato con lui qualche battuta.

Ti ritroviamo qui a Genzano di Roma per una duegiorni di workshop estremamente interessante e al cospetto tanti ragazzi. Non è la prima volta, che collabori a questo genere di iniziative. “Si, è vero. È parecchio tempo che faccio questo tipo di stage, l’ho fatti in giro per l’Italia e mi hanno invitato a farne uno anche qui: ho accettato molto volentieri. Per me è una maniera importante di conoscere i ragazzi, di parlare e vedere all’opera tanti giovani, di uscire fuori dal circuito “normale” e dare uno sguardo sulla realtà di tutti i giorni. È una esperienza sempre entusiasmante e che mi arricchisce”.                                                                                        Passiamo un pochino al Sergio Rubini attore e regista. Tu hai esordito trent’anni  fa sul grande schermo e vent’anni fa dietro una cinepresa. Come sei maturato nel tempo?                                          “Oddio sinceramente non ti saprei dire. Credo però che nel corso di una carriera artistica bisogna mantenere quella verginità, quello sguardo un po’ ingenuo sulle cose, altrimenti si diventa mestieranti e si perde lo smalto… quindi diciamo che personalmente ho fatto un percorso e lo sto ancora facendo”.
Tu hai avuto il privilegio di lavorare con tanti registi rinomati. Tra questi, quando eri ancora un giovincello, c’era anche il grande Fellini. Che ricordo hai di lui?                                                                       “Di un grande maestro, però di quei maestri che non ti danno l’idea di stare dietro la cattedra ma sono maestri pure essendo i compagni di banco più monelli, spigliati, spiritosi, trasgressivi. È proprio da quelli che si impara qualcosa. Chi si mette dietro una cattedra rischia di essere sempre un po’ stucchevole e noioso, invece se hai un compagno di banco, che è anche un maestro, quello è colui che può insegnarti veramente qualcosa di importante”.
Uno dei tuoi più grandi amori è senz’altro il teatro. Il tuo più grande in assoluto, forse? Direi che il mio più grande amore in assoluto è il cinema, perchè qui ho sempre lavorato, qui sono riuscito ad esprimermi e qui ho tutti i miei amici: è il mio ambiente. Diciamo che il teatro è la mia formazione”.
Tu vieni da un piccolo paese della provincia di Bari e tuo padre era un capostazione. Come è avvenuto il salto nel cinema e nella recitazione più in generale?                                                                                       “E’ stato un passaggio naturale perché mio papà era un filodrammatico, aveva la passione del teatro, lui mi coinvolgeva. All’inizio io mi rompevo le balle perché mi sembrava una roba da vecchi, poi invece quando ho cominciato a farlo mi è piaciuto e ho iniziato a farlo per davvero”.
 Immagino che la tua vita artistica sia sempre molto impegnata. Adesso su cosa stai lavorando?
“Ho finito di girare un mio film che sto montando e si intitola “Mi rifaccio vivo” con Emilio Solfrizzi, Lillo, Neri Marcorè, Marcherita Buy e Vanessa Encontrada. Uscirà in primavera. Poi ho preso parte al film di Giovanni Veronesi, che si intitola “L’ultima ruota del carro” con Elio Germano e Richy Menphis, che uscirà il prossimo autunno”. 
Vorrei farti una domanda sul nostro paese, dove le elezioni sono ormai alle porte. C’è ancora tanto qualunquismo, la fiducia nella classe dirigente è scarsa. Credi sia giusto andare a votare?
“Sembra un luogo comune, ma è necessario andare a votare: è l’unica maniera che abbiamo per cambiare in modo civile le regole del nostro paese. Altrimenti bisogna andare in piazza con i forconi. O andiamo a votare oggi, o andremo in piazza a scannarci. In Italia c’è stata già a suo tempo la guerra civile, torneremo a fare in quel modo se non riusciremo a capire che forse lo strumento per cambiare le cose veramente è il voto”.
Ti piace l’Italia? “Non è un paese che mi piace, penso che ormai non piaccia più a nessuno. I politici che lo governano hanno i figli che studiano all’estero, quindi non piace nemmeno a loro. Non piace a noi, non è più un paese, è un pied-a-terre, un luogo dove uno sta con l’idea “Ah, però, se me ne potessi andare””.
La mia paura è che più che di crisi economica, che prima o poi passerà, qui si parli di una crisi di valori. Secondo te quando ci vorrà per riportare, e come, un sistema di giusti principi anche nel nostro paese?
 “L’unica maniera per ripristinare il senso civico di un paese è la cultura, quindi le scuole, la formazione. In Italia la cultura manco se po’ nomina’ ed è una assurdità che nun se po’ nomina’ in una nazione come la nostra, in cui è nata gente come Leonardo Da Vinci, Dante Alighieri, Raffaello. In realtà quello è il vero nostro patrimonio, quello che noi dovremmo coltivare… in generale comunque non la vedo facile. Per sfasciarlo questo paese ci abbiamo messo 30-40 anni perchè nel dopoguerra con il boom l’Italia era rinata ma poi dagli anni ’70 lentamente c’è stato un declino. Ci abbiamo messo, come dicevo, 40 anni per distruggerlo sto paese, per ritirarlo su ce ne vorranno almeno altri 40”.