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pierluigi bersani2Economista, liberale, dalle capacità giolittiane nel tessere alleanze: i moderati e Monti lo temono per l’accordo con Vendola. Lui minimizza e tira dritto puntando ad amministrare il pur esile vantaggio che pare si stia ancora assottigliando sotto i colpi dello scandalo bancario del Monte dei Paschi di Siena. Perché Pierluigi potrebbe essere (o non essere) l’uomo giusto nel momento giusto in Italia

di Luca Priori

Se il vostro prototipo di politico, è quello dell’uomo o della donna sempre al centro dell’attenzione dei media, allora scordatevi di Pierluigi Bersani. Segretario del Partito Democratico dal 25 Ottobre 2009, ha conquistato la candidatura a premier del centrosinistra per le prossime elezioni politiche di febbraio, grazie alla vittoria nelle elezioni primarie del partito contro Nichi Vendola, Laura Puppato, Bruno Tabacci ma soprattutto Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, con cui il segretario nativo di Bettola, si è conteso la vittoria arrivando sino al ballottaggio. Pierluigi Bersani, in un ventennio fatto di politici che sono sembrati essere showman o magistrati alla ribalta pronti a saltare quanto prima nell’agone politico, è apparso come l’uomo che ha incarnato la figura del politico, con la P maiuscola; pacato nelle relazioni con gli altri partiti e attento alle alleanze: per farla breve, un Giovanni Giolitti del XXI secolo. L’unica differenza che sembra esserci fra il trasformista sopracitato e l’odierno segretario del PD è il numero di volte che i due sono stati alla guida del Paese. Infatti se la carriera politica di Giolitti è stata caratterizzata da un continuo saliscendi al potere, manco fosse stato Berlusconi, il buon Pierluigi non ci è mai salito in cattedra a Palazzo Chigi, nonostante sia un personaggio in rampa di lancio ormai da venti anni. Prima il governatorato della regione Emilia Romagna, poi i vari ministeri sotto i governi D’Alema e Prodi, non sono sembrati mai bastare, soprattutto quando si trattava di decidere un nome da contrapporre all’eterna figura di Silvio Berlusconi. Insomma Pierluigi da giovane politico, s’è fatto maturo, parecchio maturo, come testimoniano i 62 anni che il segretario compirà a settembre e la pronunciata stempiatura che porta in testa, ma ora è finalmente arrivata la sua occasione. I sondaggi, nonostante in quest’ultimo periodo lo vedano in sensibile calo, lo danno come il favorito per la vittoria finale nelle prossime elezioni. Però si sa, si nasce “fighi” e allo stesso modo si nasce “sfigati”, e quest’ultimo sembra proprio essere il caso del nostro Pierluigi. Infatti pur avendo nelle proprie mani la possibilità di diventare Presidente del Consiglio, grazie alla vittoria nelle prossime elezioni, a detta di molti Bersani andrà a guidare un esecutivo che avrà una vita media di un anno, al massimo due, se super Mario Monti fungerà bene da “stampella” specie sulle tematiche sensibili, più liberali, in ambito economico e delle politiche del lavoro. Rospi non facili da far ingoiare a Vendola e alla Cgil, ai quali pure Bersani ha recentissimamente giurato fedeltà nuovamente e in pubblico. A detta di altri, infatti, a tradire Pierluigi potrebbe essere in ultimo proprio la sua stessa maestria nelle alleanze che lo ha portato a stringere un accordo con il partito di Vendola, Sinistra Ecologia e Libertà, troppo a sinistra, nel giudizio di molti moderati che sarebbero per questo scoraggiati a votare Pierluigi, negandogli così la possibilità di avere una solida maggioranza su cui costruire un governo duraturo. Insomma se per molti Bersani ha incarnato la figura del popolare detto “vorrei ma non posso”, allo stesso modo si può leggere tale situazione sotto un altro punto di vista: il caso ha voluto che un uomo tanto valido salisse alla ribalta politica in un momento come questo, un momento caratterizzato dal bisogno del Paese di avere a disposizione uomini capaci. Sulla sua testa, da ultimo, però è caduto lo scandalo del quasi crac patito dal Monte dei Paschi di Siena. Difficile da non assimilare al Pd, almeno alla sua componente toscana che pure (vedi la senese Rosy Bindi) non è del tutto ininfluente nel gruppo di guida democratico. Sulla vicenda Grillo e Ingroia, più di Berlusconi, hanno affilato le armi e il Pd sembra alle corde, con tanto di leggero calo nei sondaggi. Varrà la pena vedere come finirà fra ormai poco più di tre settimane. Se PiGi, insomma, terrà testa a un governo di “sinistra centro” oppure se abdicherà (ma considerando i numeri di Monti pare anche questo difficile) a un ritorno di Monti a Palazzo Chigi. I sondaggi, infatti, danno in calo pure l’alleanza del professore che secondo alcuni veleggia addirittura attorno a un deludente 10% che significherebbe debacle, in favore di Berlusconi e Grillo. Capirete anche perché, al di là dei grandi ideali, il bravo Pierluigi tenda a scappare dai confronti col suo pur esiguo bottino di vantaggio. Da buon emiliano, in temi di malora, sa bene che la prima regola è: meglio che niente.