Tutti noi stiamo attraversando un periodo storico che verrà ricordato nei secoli, anche se nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo. Da più di un anno ormai le nostre vite sono state stravolte e viviamo in balia degli eventi. Solo due settimane fa, a distanza di un anno dalla prima ondata di contagi, il Lazio è entrato in zona rossa, soluzione sicuramente meno restrittiva rispetto al lockdown nazionale di marzo 2020, ma dal punto di vista psicologico sará stato davvero così? Sono in molti a sentire il peso delle restrizioni e a ritenere che questa chiusura sia peggiore rispetto alla prima: la maggior parte delle persone dice di aver vissuto più serenamente il primo lockdown in nome della speranza che presto tutto finisse e che i sacrifici fatti servissero a qualcosa. Ora la speranza è stata soppiantata dalla stanchezza di un anno, dalla sfiducia, dall’incertezza del domani e dal senso di smarrimento. Sono in molti ad affermare di essere entrati nel tunnel della noia e della paura. C’è chi afferma di avere addirittura più paura rispetto allo scorso marzo in quanto la situazione è peggiorata: poca consapevolezza e tanto menefreghismo per chi ha perso lavoro e persone care. Gli anziani sembrano essere tra i più colpiti a livello psicologico, si dicono stanchi di dover stare ancora lontani dai propri affetti e di non sapere quando tutto finirá.

Per la maggior parte dei bambini, al contrario, si vive molto meglio ora: un bambino su tre infatti, dice di non aver potuto seguire le lezioni online durante il primo lockdown e quindi di non aver avuto la possibilità di interagire, ora invece, grazie alla Dad, gli è concesso di vedere gli amici, anche se solo tramite uno schermo. Inoltre, alcuni dicono di essersi abituati a vivere in questo modo e di accettarlo di buon grado, forti del fatto che la zona rossa è sicuramente meno limitante e, si spera, più breve. Non sono sicuramente dello stesso parere i genitori, che vedono i figli “atrofizzarsi” davanti agli schermi ancora di più rispetto alla normalità pre-Covid e temono che alla lunga finiranno per non distinguere la vita reale da quella virtuale. Non tutti gli adulti però, vedono la zona rossa come uno scoglio maggiore da superare rispetto al primo lockdown: alcuni infatti, si dicono più pronti ad affrontare la chiusura, in quanto più consapevoli e sicuri di fronte a un nemico che, piano piano, stiamo imparando a conoscere. Chi ha continuato a lavorare durante la prima ondata pandemica, descrive Roma come una città spettrale, completamente vuota, animata solo da animali e piante che nascono non più disturbate dal viavai umano: l’uomo non c’è e la natura si riprende i suoi spazi. Ad oggi, invece, non si nota una grande differenza tra zona gialla e zona rossa. Tra i giovani, molti si dicono stanchi per le continue privazioni e di sentirsi dentro un loop in cui le giornate si assomigliano tra loro, ci sono poche valvole di sfogo e pochi stimoli, mentre hanno vissuto il primo lockdown come occasione per fermarsi e “reinventarsi”. Altri dichiarano di essersi invece chiusi in loro stessi di sentirsi spaesati, mentre ad oggi si sentono pronti ad adattarsi.

Qualunque sia stato il periodo più difficile da affrontare durante la pandemia, per tutti questo è stato un anno in cui ci sembra di essere sopravvissuti e non di aver vissuto veramente. Un anno segnato da un lockdown che ci ha separato fisicamente, ma che ha unito intere città in unico abbraccio, portando le persone a cantare sui balconi e a farsi forza con lo sguardo o con un cenno anche solo attraverso il vetro di una finestra o lo schermo di un cellulare, mentre negli ospedali si combatteva una guerra senza sosta. Il 2020 si è chiuso con un camion-frigo contenente un lotto del vaccino Pfizer/BioNtech, simbolo della rinascita e della speranza che presto torneremo a fare tutte quelle piccole cose che solo davanti al dolore e alla privazione abbiamo imparato ad apprezzare.

Michela Casanova Moroni