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popolosovranodi DANIELE PRIORI

Siamo arrivati alla fine, merda! D’artista però. Che può valere molto. E poi non sarà la fine. E porta bene. Per questo, in un mondo di teatranti, più o meno sinceri, che noi in qualche modo continueremo a raccontare, l’abbiamo scelto come saluto di gruppo. Il saluto de Le Città che non è un addio ma un “buona fortuna”. A noi che ci arrabatteremo un po’ e continueremo a vivere e a voi che, se vorrete, cercandoci, chissà, potrete continuare a leggerci o a ignorarci, decidete voi, come sempre.

Non è la fine e il perché lo capirete leggendo questo ultimo, splendido numero de Le Città.

La crisi economica, il degenerare di una politica ormai divenuta irricevibile, inascoltabile e quindi inascoltata e non più votata da quasi metà Paese ha abbattuto in un anno la nostra creatura.

Un giornale che voleva essere libero ma, evidentemente, non c’è riuscito fino in fondo. Arrendendosi alle logiche di sempre: quei legami con la politica e con un certo mondo imprenditoriale che si accendono solo quando servono e si spengono, lasciando morti e feriti a terra, quando a loro non occorre più nulla.

In questo senso mi fa davvero sorridere il ricordo di un articolo dei soliti bravi più bravi di tutti, studenti secchioni e manettari della prima ora de Il Fatto quotidiano che all’inizio della nostra avventura, un anno e mezzo fa – verrebbe da dire appena un anno e mezzo fa, volato via in un soffio – ci accusarono (mi accusarono a me “giornalista di destra” da leggere e pronunciare con scherno) di essere al servizio di chissà quali poteri forti.

I poteri forti che, evidentemente, hanno reso difficile ogni mese il pagamento degli stipendi. I poteri forti che a un certo punto ci hanno impedito di avvalerci dei nostri amabili collaboratori che, tuttavia, ancora oggi dimostrano tutto il loro amore per questa professione. Ragazzi giovani in molti casi eppure già pronti ad affrontare l’incubo in cui, proprio i poteri forti, hanno trasformato il percorso per diventare giornalista.

Alcuni di loro hanno scritto in questo numero. Il ragazzo meno ragazzo d’età ma certamente giovane di cuore e di spirito, la nostra prima firma, il professor Aldo Onorati ha dedicato un excursus interessantissimo al difficilissimo rapporto tra cultura e politica. Un rapporto quasi dannato, verrebbe voglia di dire.

Gli scritti, poi, più personali, a mo’ di testimonianze, degli amici e colleghi Raffaele Caldarelli, Simona Rocchi, Daniele Flavi e Michela Maggiani ci hanno dettato le foto da scegliere.

Quella storica, di Indro Montanelli, seduto su una catasta di libri con la macchina da scrivere sulle gambe per il pezzo di Caldarelli. Chi è stato più “giornaliscrittore” di lui? Per usare il neologismo inventato dal nostro collaboratore del litorale nord. L’unico che da un braccio di mar Tirreno è riuscito a vedere e raccontarci un po’ tutti gli angoli del mondo. L’altro pezzo, arrabbiato, della nostra infaticabile cronista della provincia sud, sulla Casilina, Simona Rocchi, ci ha fatto pensare ai destini tristi quanto eroici di giornalisti ma prima ancora uomini coraggiosissimi come Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Walter Tobagi che in Sicilia, a Napoli e a Milano hanno pagato il prezzo più alto per il loro sogno che era il loro lavoro: fare un giornalismo davvero libero da tutto e tutti. Costato proiettili in quei maledetti ma non unici casi.

E poi ci sono tutte le altre facce. Nostri colleghi, alcuni divenuti amici, altri amici ancora prima di lanciarci in questo progetto che ci hanno scritto in privato. Solo per dirci di continuare a crederci. Anche se è difficile.

Un pensiero speciale lo dedico alla mia redazione. Compagni di viaggio a volte dolcemente complicati ma bravi a sopportare il mio modo di essere come mi pare. Al mio braccio destro e sinistro, Marco Montini che scrive qui a fianco e in un anno e mezzo non si è fatto mai mancare sigarette e accendino, nemmeno nell’ultimo articolo su Le Città che pare gli sia costato persino qualche lacrima. All’infaticabile Floriana Nitto e alla sua creatività grafica mai doma, sempre ultima a spegnere luci e computer e prima ad arrivare a lavoro, con la quale ho condiviso persino il gelo di quando, a febbraio 2012, fuori c’era la neve e in redazione non erano ancora arrivati i termosifoni.

Il grafico, responsabile della pubblicità, Riccardo Diffidenti un po’ creativo, un po’ filosofo che non sono ancora riuscito ad incontrare oggi, in questo ultimo giorno di redazione, ma ho incontrato venerdi scorso alla Fiera di Roma, dove eravamo ognuno per i benedetti fatti propri, e mi ha pure promesso un articolo d’addio, mai arrivato. Alla segretaria di redazione, Rosita Codeluppi che mi ha salutato con un “Ciao Secco”, auspicio difficile in una giornata iniziata e finita con la musica, le parole e le immagini di due grandi artisti come Lou Reed e Luigi Maghi che “in nome del popolo sovrano” con poesia e ironia senza pari hanno fatto anche loro la cronaca di questo “giorno perfetto” nell’imperfezione del tempo destinato a finire per ognuno continuando a fluire nelle idee di tutti che viaggiano più forte e più a lungo di noi. Con questa presunzione tipicamente giornalistica vi saluto e vi abbraccio, miei tredici lettori. Non prima di aver salutato e ringraziato doverosamente l’associazione editrice di questo foglio che per oltre un anno e mezzo mi ha garantito la massima fiducia e la massima libertà. Gli scazzi non sono mancati, l’affetto nemmeno. Salutarsi così non è mai facile. Ma lo è di più quando la coscienza è serena e anziché addio, fortunatamente, si hanno ancora la forza e il sorriso per salutarsi con un ciao.