La scrittura di Monti non pretende di spiegare l’essere umano, ma di mostrarlo nella sua irriducibile contraddittorietà. La risata, in questa raccolta, diventa un sofisticato strumento conoscitivo: un “cavallo di Troia” che, abbassando le difese del lettore, permette di indagare le domande più scomode dell’esistenza, offrendo l’ironia come unico, instabile, salvagente per navigare il caos del mondo
In Racconti orali per sordi e altre storie assurde, Federico Maria Monti costruisce un universo narrativo in cui l’assurdo non appare come una fuga dalla realtà, ma come il suo specchio deformante. Il punto di partenza non è un nonsenso astratto, bensì la materia inquieta e quotidiana delle nostre ossessioni: piccole manie, rituali privati, paure irrazionali, tic e insicurezze che appartengono alla vita di tutti i giorni. Monti prende questi elementi minimi e li sottopone a un processo di amplificazione, come attraverso una lente deformante capace di ingigantire il dettaglio fino a rivelarne la natura nascosta. L’ossessione cresce, invade lo spazio della ragione e porta la logica alle sue estreme conseguenze, fino a trasformarsi in un cortocircuito grottesco.
Ma dietro la comicità paradossale e spesso feroce dei suoi racconti si avvertono due presenze costanti: la morte e la solitudine. Sono i grandi convitati di pietra che attraversano l’intera raccolta. Le nostre nevrosi, il rumore continuo delle nostre attività e delle nostre preoccupazioni sembrano spesso tentativi disperati di allontanare il pensiero della fine e di colmare il vuoto dell’isolamento. Il titolo stesso, Racconti orali per sordi, contiene già il nucleo filosofico del libro: è il paradosso di una comunicazione rivolta a un destinatario impossibile, una parola che nasce sapendo di poter non essere ascoltata.
Di pagina in pagina ci si muove sul crinale tra il fallimento della comunicazione e la possibilità di salvarsi attraverso l’ironia. Il racconto è un messaggio affidato a una bottiglia gettata nel mare dell’incomprensione, ma proprio nel momento in cui riconosce il proprio naufragio trova una forma di resistenza. Ridere dell’assurdo significa infatti non eliminarlo, ma attraversarlo.
Nel libro si incontrano due grandi genealogie dell’assurdo. Da una parte si percepisce l’eco di Franz Kafka: il senso di una comunicazione destinata a perdersi, il labirinto burocratico ed esistenziale, l’individuo schiacciato da meccanismi che non comprende e ai quali non riesce a sottrarsi. È l’assurdo come esperienza tragica, il momento in cui la ragione si trova davanti a un muro invalicabile. Dall’altra emerge la lezione di Daniil Charms e dell’avanguardia assurda russa, dove al dramma del non-senso si risponde con una risata improvvisa, crudele e liberatoria. Se Kafka mette in scena la tragedia dell’uomo davanti all’impossibilità di comunicare, Charms suggerisce che forse l’unica possibilità di sopravvivenza è lo sberleffo.
Monti sembra raccogliere entrambe queste eredità: la vertigine metafisica di Kafka e il lampo anarchico di Charms. Il suo assurdo non viene costruito artificialmente, piuttosto viene estratto dalla realtà stessa quando questa viene osservata senza il filtro rassicurante dell’abitudine. Situazioni normali, portate oltre il limite del verosimile, rivelano una verità nascosta: l’assurdità non è un’eccezione, ma la forma estrema di ciò che già abitiamo quotidianamente.
La comicità macabra funziona per Monti da una sorta di cavallo di Troia. La risata entra nel territorio del lettore come elemento apparentemente innocuo, abbassa le difese e permette alla narrazione di introdurre domande più profonde e scomode. Il grottesco non serve a deformare la realtà per allontanarsene, quanto per vederla meglio. La risata si fa strumento conoscitivo, quasi un reagente chimico capace di sciogliere le apparenze consolidate.
È evidente che l’ironia assuma un ruolo centrale. Soprattutto nella sua forma nera e macabra, che mantiene in equilibrio gli opposti fondamentali: il comico e il tragico, l’essere e il nulla, il vero e il falso. Attenzione però, è un’ironia profondamente anti-dogmatica: non sceglie una sola verità, ma abita la contraddizione.
La sua logica ricorda quasi un aggiornamento paradossale dell’antico bivio pitagorico, quella Y simbolica davanti alla quale l’uomo è chiamato a scegliere una direzione. Nell’universo di Monti, invece, l’ironia segue il principio della doppia fenditura: non seleziona una possibilità eliminando l’altra, ma mantiene aperte entrambe le strade contemporaneamente. L’uomo è insieme ridicolo e tragico, vittima e carnefice, razionale e folle.
Proprio questa sospensione rende il libro interessante: Monti non pretende di spiegare l’essere umano, ma di mostrarlo nella sua irriducibile ambivalenza. La sua scrittura utilizza l’assurdo non come negazione della realtà, ma come strumento per portarla alla luce. Racconti orali per sordi e altre storie assurde è così una raccolta in cui la risata aspira ad essere una forma di conoscenza e l’ironia l’unico equilibrio possibile davanti al caos dell’esistenza. Un salvagente lanciato nel naufragio, non per raggiungere una riva definitiva, ma per imparare a navigare proprio… nell’assurdo.

