I dispositivi di protezione individuale, mascherine e guanti, fanno ormai parte della nostra quotidianità. Rappresentano una protezione per l’uomo, ma allo stesso tempo sono una minaccia per l’ambiente, in quanto fonti di inquinamento. Da quando è iniziata l’emergenza sanitaria è sempre più frequente ritrovarli a terra o galleggianti nel mare.

E questo perché, probabilmente, chi se ne sbarazza con tanta facilità ne ignora l’impatto ambientale: infatti, impiegano 450 anni per degradarsi. Le mascherine, i guanti e i flaconi di gel idroalcolico che vengono consumati,  si aggiungono ai milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che annualmente finiscono in mare, rendendo precaria la sopravvivenza della fauna marina: mascherine e guanti possono essere scambiati per meduse ed essere ingeriti, con conseguente soffocamento, oppure rischiano di far impigliare gli animali. Inoltre rilasciano micro particelle di plastica che, inghiottite dai pesci, finiscono nei nostri piatti, oppure attraverso le falde freatiche possono essere ritrovate nell’acqua potabile.

Oltre che per la fauna marina, i dispositivi di protezione possono rappresentare una minaccia per tutti gli altri animali (uccelli, gatti, cani…) che allo stesso modo possono scambiarli per cibo. Le mascherine in tessuto, lavabili e riutilizzabili sono eco-sostenibili e hanno quindi un minor impatto ambientale ma, al tempo stesso, non rappresentano la miglior forma di protezione in quanto sembrano filtrare solo le particelle virali più grandi (droplet) e non le più piccole (aerosol).

Una soluzione univoca per salvaguardare l’ambiente e, al tempo stesso, limitare il più possibile la diffusione del Covid-19 ancora non è stata trovata; la differenza la possiamo fare solo noi cittadini, impegnandoci a non buttare a terra i rifiuti: “come pensi di restare sano in un ambiente malato”?  (Fare Verde).

Michela Casanova Moroni